SomalyMam: tra accuse e lotta per la Cambogia (e non solo)

Leggi la storia di SomalyMam che ha sfidato il mondo per proteggere le donne schiave tra pregiudizi e nemici.



SomalyMam: Storia e Biografia - Corriere Delle Dame

Nella poverissima campagna cambogiana nasce SomalyMam, donna-simbolo della lotta per porre fine al traffico di esseri umani in Cambogia. Ridotta in schiavitù da un uomo che chiamava “nonno” e poi venduta a un mercante cinese, Somaly vive parte della sua adolescenza in un bordello, costretta a prostituirsi. Riuscita a sottrarsi alla sua condizione grazie all’incontro con il biologo francese Pierre Legros, che sarebbe poi diventato suo marito (ndr. oggi ex marito), nel 1997 Somaly fonda un'associazione no-profit, la AFESIP - Agir pour les Femmes En Situation Précaire -con sede in Cambogia. L’associazione nasce per combattere il mercato della prostituzione nei paesi del sud-est asiatico, un business da 5 miliardi di dollari all’anno, che coinvolge tre milioni di persone ogni anno.

In breve tempo, l’impegno per la causa e la forte personalità di SomalyMam hanno fatto sì che l’AFESIP si espandesse anche in Tailandia, Vietnam e Laos: in breve tempo il progetto riceve il sostegno di molti volti noti, tra cui Hillary Clinton negli Usa, Papa Giovanni Paolo II ed Emma Bonino in Italia. La nascita dell’AFESIP viene, poi, seguita dalla creazione della SomalyMam Foundation, nata dalla volontà dell’attivista cambogiana e del suo ex marito, Pierre Legros, e dalla raccolta fondi globale dell’AFESIP.

L’articolo di «Newsweek» che ha messo fine alla SomalyMam Foundation

Nel maggio del 2014, però, un articolo pubblicato da Simon Marks su Newsweek ha mosso gravi critiche a SomalyMam, accusandola di aver mentito sulla sua vita per finanziare la sua causa: il “nonno” non esisteva e molte storie delle ragazze soccorse erano false. Ma non solo, Marks dichiarava false anche le affermazioni dell’attivista cambogiana sull’essere orfana e sul suo rapimento da bambina. Alcuni dubbi sono stati sollevati anche sui racconti riguardanti la figlia adolescente di SomalyMam, che era stata rapita e violentata in gruppo per "vendicarsi" del suo lavoro contro la tratta di essere umani.

SomalyMam ha sempre negato le accuse con fermezza, affermando che "la priorità sono le ragazze".Tuttavia, dopo gli articoli di Newsweek, si sono verificati alcuni cambiamenti importanti: Somaly è stata costretta a dimettersi dalla fondazione,l'organizzazione ha iniziato a offuscare i volti delle giovani vittime nei post sui social media e la parola “salvataggio” è stata sostituita con "riabilitazione".


Le attività svolte dalla SomalyMam Foundation e da AFESIP

Nonostante le accuse e i cambiamenti, SomalyMam resta il volto ispiratore della lotta per la fine del traffico di esseri umani in Cambogia, una piaga che lei e le sue organizzazioni hanno portato all’attenzione del pubblico internazionale in modo dirompente. L’AFESIP continua a raccogliere adesioni e gratitudine per aver recuperato migliaia di donne e ragazze e aver creato la consapevolezza critica su una situazione che coinvolge milioni di individui, tra cui i bambini cambogiani che sono fra i più vulnerabili al mondo di fronte alle organizzazioni criminali che li sfruttano sessualmente.

La SomalyMam Foundation e, oggi soprattutto, l’AFESIP lavorano per salvare le vittime del mercato della prostituzione asiatica, liberare le giovanissime dai bordelli e fornire loro un'assistenza molto articolata per un percorso di riabilitazione. Questo si articola in assistenza sociale, psicologica, medica, legale e scolastica - mediante corsi di formazione professionale - per avviare un’attività lavorativa, come per esempio, aprire un negozio. L'AFESIP segue anche il reinserimento sociale delle ragazze assistite: un percorso complesso che dura circa tre anni.

Fino ad oggi, AFESIP e SomalyMam Foundation hanno aiutato migliaia di ragazze vittime del traffico sessuale a cambiare vita e riscattarsi. Ma il vero cambiamento deve avvenire dall’alto e dall’educazione culturale delle popolazioni dei cosiddetti Paesi sviluppati.

Secondo i dati di Ecpat  - End Child Prostitution in Asia Tourism, perché il fenomeno è nato nel Sud-Est asiatico per poi diventare globale - l’Italia è il Paese da cui parte il più alto numero di turisti sessuali, che - senza alcuno scrupolo - scelgono la destinazione sulla base dell’opportunità di trovare bimbi in difficoltà, costretti a vendere il proprio corpo. L’identikit del turista ha tra i 20 e i 40 anni, reddito medio-alto, per lo più di sesso maschile: uomini d’affari, piloti d’aereo, operatori umanitari, nella maggior parte dei casi clienti occasionali che alimentano questo macabro business.

Il reato di turismo sessuale per la legge italiana

In Italia, per questa tipologia di reati c’è la legge 269/1998, “Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù”, aggiornata poi dalla 38/2006, “Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedopornografia anche a mezzo Internet”.

La normativa italiana è considerata molto avanzata rispetto al resto del mondo, tanto da essere stata tradotta in varie lingue, perché è una delle prime leggi che prevede il principio di extraterritorialità: gli italiani che fanno turismo sessuale potrebbero essere inquisiti nel Paese in cui è stato compiuto il reato, su denuncia delle vittime, e poi in Italia dalla magistratura locale.

Eppure, nonostante le denunce, ancora oggi risulta difficile punire i clienti di questo mercato, che spesso - quando colti in flagranza - corrompono gli agenti con poche centinaia di euro per essere rilasciati senza che alcun provvedimento venga preso nei loro riguardi.

È, quindi, necessario che i governi e le organizzazioni internazionali si mobilitino per perseguire gli sfruttatori ma anche i clienti – tra cui gli italiani vantano un triste primato -e iniziare a cooperare a livello giuridico-investigativo per considerare questi reati dei crimini transnazionali contro l’umanità.


Cristina Vinci

Cristina Vinci

Nata a Napoli ma, già da bambina, si trasferisce in diverse città italiane per scelte famigliari e per gli studi universitari, prima a Bologna e, poi, a Roma dove consegue la laurea specialistica in Marketing e Comunicazione di Impresa. Il marketing, in particolare l'aspetto digitale, diviene un forte interesse che Cristina prova sempre ad approfondire durante le esperienze lavorative. Nonostante i trasferimenti in altre città italiane, Napoli resta il suo punto debole; si appassiona alla sua storia e anche alle sue problematiche, in particolare legate all'ambiente e alla criminalità organizzata. Il posto che preferisce -afferma- è la sua cucina immersa nel profumo di un dolce appena sfornato, ma le piace anche la cura del giardino, tra piante e gatti, visitare i musei e spendere tempo al pc in cerca di offerte per volare in posti nuovi.

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