Festa internazionale della Donna: Storia e Falsi Miti

Che cos'è la Festa Internazionale della Donna? Quando nasce e perché? Il CorriereDelleDame.it prova a fare chiarezza.



Festa internazionale della Donna: Storia e Falsi Miti

Indice

Sentiamo parlare da sempre della Festa della Donna. Giornali e TV ne danno notizia ogni anno, in occasione dell’8 marzo, ma - nella maggior parte dei casi – vengono dati riferimenti vaghi e spesso retorici e solo in pochi si preoccupano di trattare l’argomento in maniera ampia. Per questo, abbiamo preparato un approfondimento dedicato proprio alla Festa Internazionale della Donna, per capire meglio come nasce, perché è stata istituita e perché – ancora oggi – vale la pena approfondire l’argomento e tenere viva l’attenzione su questo tema.

Dove e quando nasce la festa della donna?

Il primo evento di rilevante importanza, che aprì le porte a questa istituzione, fu durante la Conferenza delle donne Socialiste tenutesi a Stoccarda nel 1907. In quella sede furono trattati varie problematiche relative alle donne, fra cui la possibilità dell’accesso al voto. Ma fu negli Stati Uniti d’America, nel 1909, che venne indetta - per la prima volta - la giornata internazionale della donna, ad opera del Partito Socialista americano.

L’anno dopo, nel 1910 anche a Copenaghen, durante la Conferenza Nazionale delle donne Socialiste, fu approvata la stessa iniziativa.
Dai documenti del Convegno non emergono le motivazioni che indussero a scegliere proprio l’8 Marzo come giorno di riferimento per la ricorrenza e, in effetti, fino al 1921 – data scelta per la seconda Conferenza delle donne Comuniste tenuta a Mosca - ogni Paese aveva la sua ricorrenza in un giorno differente. Fu proprio in questa occasione che si decise di unificarle tutte rendendo l’8 marzo la Giornata Internazionale della Donna.
Avendo però una forte connotazione politica - con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale prima e con una Russia sempre più politicamente isolata dopo - pian piano si perse la memoria storica delle origini di questa giornata.

Forse anche questo contribuì alla nascita di motivazioni fantasiose riguardo la scelta della ricorrenza. È un falso storico, infatti, credere che ci sia una correlazione tra l’8 marzo e un terribile incidente avvenuto negli Stati Uniti, nel 1857, quando morirono tutte le lavoratrici che erano state chiuse all’interno della fabbrica dal loro datore di lavoro, per impedire che partecipassero ad uno sciopero.

Ma perché una giornata internazionale delle donne?

Questa esigenza nacque sicuramente per richiamare l’attenzione sulle tante problematiche che affliggevano il mondo femminile. Allora era davvero forte l’esigenza di ottenere l’accesso al voto, all’istruzione, al lavoro. Oggi tali problemi sono stati superati, ma è ancora viva la necessità di concentrare e tenere alta l’attenzione su altri aspetti del quotidiano, che vede la donna penalizzata soprattutto nel mondo del lavoro, dove in moltissimi casi - a parità di mansioni e competenze - percepisce stipendi inferiori rispetto agli uomini.

In molti casi, poi, alla donna vengono attribuiti lavori meno qualificati e - per accedere a posizioni di prestigio notoriamente ricoperte da uomini - la donna deve dimostrare di avere una preparazione nettamente superiore rispetto a quella richiesta ai dipendenti uomini.
Anche una volta assunte, il rischio di perdere il lavoro è sempre dietro l’angolo. Fino a qualche anno fa la lettera di assunzione veniva fatta firmare contestualmente ad un foglio di dimissioni senza data, che diventava effettivo nel momento in cui la lavoratrice comunicava la sua gravidanza al datore di lavoro.
Nel tempo, l’iter per comunicare le dimissioni è cambiato proprio per tutelare le donne lavoratrici desiderose di diventare mamme, tuttavia molte aziende riescono comunque a trovare sotterfugi e violenze psicologiche per costringere le donne in gravidanza (e non solo) a dimettersi in modo coatto.

Non dimentichiamo poi che la donna è spesso vittima di avance, molestie e aggressioni sul posto di lavoro (indipendentemente dal ruolo ricoperto e dalla tipologia di incarico), da parte di colleghi e superiori. E non sono rari i casi in cui è costretta a scegliere di sottostare alle violenze per non perdere il posto di lavoro.   
A confermare questo fenomeno è un report della Federazione Nazionale della Stampa Italiana che – in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai, Ordine dei giornalisti e Agcom con il supporto della consulenza della dottoressa Linda Laura Sabbadini – ha pubblicato un’indagine in cui emerge che l'85% delle giornaliste italiane - nel corso della loro carriera lavorativa - ha subito molestie sessuali sul luogo di lavoro.


Le situazioni in cui si sono verificate delle molestie – secondo quanto riportato dal comunicato della FNSI - hanno riguardano giornaliste di ogni età. Tra i dati più sconcertanti c’è il ricatto sessuale, che ha coinvolto una giornalista su tre delle oltre 1.100 donne intervistate, pressioni e avance che hanno riguardato metà delle giornaliste intervistate, senza dimenticare gli insulti, la svalutazione e le battute a sfondo sessuale, che sono gli atteggiamenti più frequenti.

Ma perché le donne in realtà avrebbero ben poco da festeggiare?

In genere si festeggia per il raggiungimento di un traguardo, ma in questo caso l’obiettivo è ancora veramente molto lontano dall’essere centrato.
Ricordiamo, innanzi tutto, che la società – in linea generale - è sempre molto refrattaria al cambiamento, soprattutto nella morale relativa al sesso. Così accade - ancora oggi - che di fronte ad uno stupro ci sia sempre qualcuno pronto a insinuare il dubbio che sia stata la donna - con il suo comportamento o con il suo abbigliamento - ad indurre l’uomo in tentazione.
Per contro è di qualche tempo fa una sentenza con cui due ragazzi sono stati assolti dall’accusa di stupro perché la vittima, a giudizio dei giudici, non era abbastanza femminile per averli indotti  a commettere un atto di violenza carnale, ragione per cui la ragazza non è stata ritenuta attendibile.
Da notare che, in questo caso, i giudici che si sono espressi erano donne. È evidente quanto certi pregiudizi facciano parte della nostra cultura e del nostro immaginario collettivo.

Negli ultimi anni, poi, si è evidenziato ulteriormente il fenomeno drammatico della violenza di genere, oggi più presente anche grazie alla stampa e al maggior numero di denunce (spesso inascoltate) da parte delle vittime.
Uomini che diventano violenti perché non concepiscono l’altro sesso come persone autonome, con le proprie ambizioni, i propri desideri, che confondono il senso del possesso con l’amore. Uomini che continuano a negare l’autodeterminazione della donna e che - pur di non rassegnarsi alla fine di un rapporto - preferiscono ucciderla.

Ricordiamo poi che in diversi casi la donna viene uccisa due volte. In alcune sentenze, per il reato di femminicidio, gli assassini si sono visti dimezzare letteralmente la pena: i giudici, in questi casi, hanno ritenuto un’attenuante la “tempesta emotiva”di cui, a loro giudizio, erano preda nel momento in cui compivano il gesto.
Questo ci dimostra quanto sia ancora lunga la strada verso l’emancipazione e la parità: per modificare una legge è sufficiente un giorno, per modificare il senso della moralità in una società occorrono decenni.

Ovviamente la situazione cambia da Paese a Paese: nel nostro la morale borghese ha trovato spesso sponda nelle stesse istituzioni. Non bisogna tornare indietro di molti anni per trovare - nel nostro codice di procedura penale - “Il delitto d’onore” che - con l’art. 587 -  prevedeva una pena da 3 a sette 7 di reclusione per l’uccisione della moglie, della figlia o della sorella, al fine di difendere l’onore della famiglia. La difesa dell’onore, quindi, era considerata un attenuante, purché il fatto fosse stato compiuto in un momento di ira. Evenienza che naturalmente veniva sempre dichiarata dall’imputato per vedersi ridurre la pena.
Il delitto d’onore non venne cancellato neanche dopo la legge sul divorzio, che avvenne nel 1974: per eliminarlo dalla nostra legislazione l’Italia ha atteso fino al 1981.

Ma perché tanta disparità tra uomo e donna?

È possibile ritenere che tutto ebbe inizio per motivi meramente fisici. La donna - per costituzione - ha generalmente una forza fisica inferiore rispetto a quella esercitata dall’uomo e nelle culture in cui la forza fisica dominava, la donna soccombeva, perché non ritenuta all'altezza. In alcune civiltà antiche, come quella egiziana, persiana, babilonese e assira – pur essendo meno forte fisicamente – la donna riceveva rispetto e considerazione nella società. Fu con l’avvento delle monarchie militari che vennero messe in disparte e relegate al ruolo di fattrici e allevatrici della prole.
Anche nell’antica Grecia per le donne le cose non andavano meglio: non potevano nemmeno uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo. Da numerosi scritti si evince che la sua subordinazione era proprio legata ai diversi ruoli che avevano nella società: l’uomo andava in guerra e la donna invece rimaneva in casa al sicuro.
Nell’antica Roma la condizione della donna era sensibilmente migliore: pur continuando ad essere assoggettata al pater familias, poteva prendere parte a cerimonie e uscire di casa senza essere accompagnata.


Ma il periodo migliore per la donna romana fu quello in Età Repubblicana. In quell’epoca entrambi i genitori avevano gli stessi obblighi nei confronti dei figli e la donna poteva ereditare i beni di famiglia, perché ritenuta  capace di gestire economicamente la propria vita.
Furono le religioni monoteiste - dove è prevista l’esistenza di un Dio di sesso maschile - a stroncare ogni velleità di emancipazione femminile. In tutta Europa fu il Cristianesimo.
Dalle lettere di Paolo si legge:”… l’uomo invece non deve coprirsi la testa perché è immagine e gloria di Dio mentre la donna è la gloria dell’uomo. L’uomo non ebbe origine dalla donna, ma fu la donna ad essere tratta dall’uomo; né fu creato l’uomo per la donna, bensì la donna per l’uomo.”( Dalla prima lettera ai Corinzi)
Come sappiamo, anche a seguire, durante il periodo dell’inquisizione, le donne erano ritenute impure ed espressione del diavolo, capaci di indurre in tentazione l’uomo inducendolo nel peccato.

Per questo venivano trattate come esseri senza anima. Non a caso, moltissime di loro vennero condannate al rogo con l’accusa di stregoneria.
Anche oggi - nel nostro Paese - la religione interferisce pesantemente nelle scelte politiche e chi legifera è ancora pesantemente condizionato dai dettami della Chiesa. Nel 2004, la legge 40 sulla fecondazione assistita prevedeva, per la donna che volesse accedervi, l’impianto contemporaneo di tre ovuli fecondati: nessuno si poneva il problema di eventuali pericoli o inconvenienti per la donna.

È stata la Corte Costituzionale a cancellare questo articolo di legge nel 2009, perché ritenuto anticostituzionale: una gravidanza trigemellare, infatti, avrebbe potuto rappresentare un pericolo per la salute e - in alcuni casi - per la stessa vita della donna. Il governo di allora aveva voluto strizzare l’occhio ad una certa parte dell’elettorato cattolico.

È possibile affermare, quindi, che in quasi tutti i periodi storici - pur con differenti modalità - la donna è stata usata come arma per soddisfare la sete di potere degli uomini.
La strada per la parità di genere è costellata di insidie e - nella marcia verso la completa emancipazione della donna - spesso si fa uno scatto in avanti per poi tornare qualche passo indietro. Per questo è fondamentale non ritenere mai scontati i diritti acquisiti: la strada da percorrere è ancora molto lunga, perché le disparità di genere sono ancora troppe.
Il significato della giornata dell’8 Marzo è ambivalente. Nata per porre l’attenzione sull’esigenza di conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, nel tempo è diventata una giornata di riflessione sul percorso fatto, ma anche e soprattutto sulle future conquiste, che in taluni casi appaiono sempre meno vicine.
Spesso si ha la sensazione di festeggiare la donna un solo giorno, per poi dimenticarsi di lei e lasciarla in perfetta solitudine con i suoi problemi per tutto il resto dell’anno. Sarebbe auspicabile che non fosse tanto lontano il giorno in cui la società non sentirà più la necessità di festeggiarla l’8 Marzo.
 


Angela Agresta

Angela Agresta

È nata a Marina di Catanzaro, adora il mare e si è sempre chiesta: perché vivo in collina? Alla nascita della sua seconda bimba “ha smesso di lavorare” per fare la mamma a tempo pieno. Quando sono diventate due splendide donne, ha iniziato a dedicarsi a tutto ciò che le era sempre piaciuto, ma per cui non aveva mai avuto abbastanza tempo. Ha imparato a realizzare splendidi oggetti con la tecnica dell’invetriatura Tiffany, ha frequentato un corso di giardinaggio, uno di pasticceria professionale e uno di fotografia. Il risultato? Da come il suo giardino si inonda di colori in ogni stagione, da quanto sono apprezzati i suoi dolci e le foto con cui spesso immortala tutto… ritiene di non aver seminato sul cemento armato! La sua ultima passione è il Tai Chi, una meravigliosa disciplina orientale di cui avrà modo di parlare in queste pagine.

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