Donne e Lavoro: Cosa sta Accedendo con il Coronavirus?

Come sta cambiando il mondo del lavoro femminile in Italia in questo periodo di pandemia? Scoprilo sul Corriere delle Dame!



Donne e Lavoro: Cosa sta Accedendo con il Coronavirus?

Le imprese al femminile: l'inversione di un trend

L’impresa femminile aveva fatto enormi passi in avanti. Nonostante le differenze di genere - e tutte le difficoltà che ne conseguono – il mondo dell’imprenditoria femminile – dal 2014 – non aveva mai conosciuto battute di arresto. La pandemia da Coronavirus ha interrotto la crescita, facendo ripiombare il settore nell’incertezza e soprattutto nella decrescita.  
Nel 2020, infatti, secondo l’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere, a causa della pandemia, più di 4000 aziende avviate e coordinate da donne hanno chiuso i battenti. Una perdita dello 0,29% rispetto al 2019, quindi abbastanza contenuta e concentrata soprattutto nelle regioni del Centro Nord, la quale – tuttavia – interrompe una tendenza virtuosa che per sei anni aveva segnato costantemente un più.
Nelle regioni del Sud, invece, si è registrata una leggera controtendenza: le imprese avviate da donne hanno retto bene al colpo inflitto dalla pandemia facendo registrare un incremento dello 0,26%. A pagare il prezzo più alto in tutte le regioni sono al momento le aziende coordinate da donne under 35 e quelle attive nel settore del commercio, dell’agricoltura e del manifatturiero.

In controtendenza, invece, le aziende che operano nel settore assicurativo, finanziario, nei servizi di informazione, istruzione, noleggio e nel mondo immobiliare, che in quest’anno di crisi mondiale hanno registrato un incremento.
Ma se nel mondo dell’imprenditoria femminile, il Covid ha fatto dei danni contenuti, nel mondo lavorativo femminile, la situazione è disastrosa.
A Dicembre 2020, su un totale di 101.000 posti di lavoro persi, 99.000 erano occupati da donne. A metterlo nero su bianco è l’ISTAT, con il suo tradizionale rapporto di fine anno sull’occupazione.
Nel corso del 2020, i posti di lavoro persi sono stati 444.000, ma il fenomeno non ha riguardato tutti in egual modo: solo a Dicembre 2020, ad esempio, il tasso di occupazione tra gli uomini è calato dello 0,4 %, mentre per le donne il calo è stato dell’1,4 %.

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Non è tutta colpa della pandemia

Naturalmente, non è tutta colpa della crisi dettata dal Coronavirus: le nostre società sono intrinsecamente caratterizzate da una profonda disparità di genere, che la pandemia ha ovviamente accentuato. La crisi ha acuito le distanze colpendo le donne più duramente degli uomini, perché tradizionalmente più esposte alla perdita del reddito e, quindi, a più a rischio di povertà.
Alla base di tale penalizzazione concorrono naturalmente molti fattori dalle radici profonde nella cultura e nella società, che si concretizzano in una maggiore difficoltà a trovare un impiego, in una qualità di mansioni meno qualificate e meno stabili, un salario inferiore a parità di mansione e competenze (gender gap) con stipendi ridotti anche del 24% rispetto a quello di un uomo.

È questa la ragione per la quale la riduzione dell’orario lavorativo ha un peso nettamente maggiore per la donna.
Ma il Covid ha penalizzato in modo particolare le donne anche perché, tra i settori più colpiti dalle varie restrizioni per il contenimento della pandemia, troviamo quello dei servizi, che tradizionalmente rappresenta una fetta importante dell’occupazione femminile.
In linea generale, le donne svolgono lavori più precari, una su tre lavora part time (mentre per gli uomini la percentuale scende all’8,5%) e occupano posti di lavoro meno qualificati.

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Da questo quadro è facile immaginare quanto una donna sia maggiormente esposta al rischio concreto di perdere il lavoro. E non solo in tempi di pandemia.
E neanche il titolo di studio riesce a colmare le differenze: secondo uno studio del CENSIS le donne laureate sono in numero maggiore degli uomini, ma ad un maggiore livello di istruzione non corrisponde un maggior prestigio lavorativo.
Naturalmente, le donne italiane devono poi conciliare i tempi del lavoro con le altre incombenze quotidiane: la famiglia, la casa e tutto ciò che gravita attorno a questi mondi. Motivo principale per cui in Italia le donne lavoratrici sono meno del 50%, nettamente al di sotto della media europea.
E come se non bastasse, secondo il 46° rapporto del Censis, nelle famiglie italiane, il ruolo di care giver viene ricoperto per il 70% dalle donne. A prendersi cura dei famigliari anziani o dei disabili è sempre la donna, tuttavia – ad oggi – non esistono servizi di supporto e di assistenza domiciliare per rendere il loro lavoro meno faticoso. Nessuno, in sintesi, riconosce il carico di questi lavori, che di fatto comportano, oltre a un aggravio delle mansioni, anche un dispendio di energie a livello psichico.

Le incombenze della donna che nessuno considera

Passa quasi sempre inosservato, invisibile agli occhi della società, e spesso anche agli occhi della donna stessa, che ricopre questo ruolo con spontaneità e naturalezza: stiamo parlando del compito di guidare le scelte per uno stile di vita sano, decidere per una alimentazione equilibrata e corretta, prendersi cura dei propri cari con buone pratiche di prevenzione, incoraggiare affinché vengano eseguite visite mediche specialistiche mirate. Tutti fattori di basilare importanza per la salute di tutta la famiglia, che influiscono positivamente anche sul futuro dei suoi componenti.
E naturalmente non è tutto. La pandemia ha messo a dura prova la resistenza delle donne, le quali – nonostante tutto – riescono a portare avanti tutti i ruoli imposti da questo periodo di crisi mondiale: sono donne, mamme, mogli, lavoratrici e contemporaneamente anche insegnanti e baby-sitter.
Con le scuole chiuse durante i vari lockdown, le mamme sono in prima linea a supportare i piccoli e favorire la didattica a distanza, attività che in molti casi si rivela un vero e proprio percorso a ostacoli. Un ulteriore fardello sulle spalle dell’”angelo del focolare”.

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La leadership della donna

Anche quando la donna riesce a districarsi con successo tra famiglia, vita privata e lavoro, per lei l’avanzamento di carriera resta sempre molto improbabile.
Pur riconoscendo che - in questi ultimi tempi - sia in atto una certa sensibilizzazione nei confronti di queste problematiche, lo stereotipo femminile secondo cui le donne hanno scarsa propensione alla leadership è ancora molto forte e decisamente vincente.
Alla base di tutto questo ci sono pregiudizi difficili da sradicare, che– nonostante l’alto livello di preparazione e scolarizzazione delle donne - rendono difficile e tortuosa la strada del successo femminile.

E se nel settore privato le donne faticano molto a fare carriera, in quello pubblico le cose non vanno meglio. È stimato, infatti, che anche in quegli ambiti dove la presenza delle donne è superiore a quella degli uomini, come sanità e istruzione, le lavoratrici hanno grandi difficoltà a salire la scala dell’avanzamento professionale.
Medici e professori universitari sono ancora oggi prevalentemente uomini. E se negli ultimi dieci anni nelle scuole primarie e secondarie si è verificata una femminilizzazione della professione dell’insegnamento, fino a toccare la percentuale dell’83% di presenza femminile, basta dare uno sguardo alla situazione nelle università per averela netta percezione di quanto sia difficile per una donna fare carriera.
 
I dati parlano chiaro: i professori ordinari sono 12.303, le professoresse solo 2.952, i professori associati sono 19.676, le professoresse associate solo 7.575.
Da questi dati e dalla consapevolezza che questa situazione rappresenti un freno allo sviluppo sociale e la rinuncia a enormi potenzialità, da più parti si mettono in campo diverse strategie per invertire la rotta.

Proprio a dicembre 2020, all’Università del Politecnico di Milano si è svolto il convegno “Smart Academia - Valutazione, lavoro, benessere ed equità nell’Università che cambia”. Al centro del dibattito le motivazioni che frenano la carriera della donna nel mondo accademico e le varie proposte per superarle.
Dalla discussione sono emerse varie criticità sulle quali intervenire, come l’equa rappresentanza, il diverso sistema di valutazione, politiche di conciliazione, ricerca e studio dei dati che consentano di monitorare il cambiamento.

Fra le priorità da perseguire sono emerse: una equa presenza di uomini e donne nelle commissioni di valutazione, un criterio di valutazione che tenga in considerazione i periodi di maternità, in cui per la donna è impossibile la ricerca e la conseguente pubblicazione dei lavori e l’introduzione della presenza femminile all’interno del team fra i requisiti che servono per accedere ai finanziamenti di progetti di ricerca. In questo modo, le donne potrebbero partecipare a più progetti, avere più pubblicazioni e un numero inferiore di svantaggi ai concorsi.
La strada da percorrere è naturalmente ancora molto lunga e impervia: la sfida è solo all’inizio e la si potrà vincere solo se la parità di genere in tutti gli ambiti verrà percepita non come un ostacolo, ma come una opportunità di crescita per tutta la società.    

Madame de Stael

Madame de Stael

Giornalista free lance dal 2009, vive tra Roma e la Provenza, si occupa di scrittura, traduzioni e correzioni di bozze. Nel tempo libero scrive romanzi d'avvenutura e viaggia con il suo zaino in spalla.

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