La Vita della Pittrice Artemisia Gentileschi Pioniera del Femminismo

Artemisia Gentileschi è stata una delle prime pittrici italiane, ma soprattutto è stata una pioniera del femminismo: leggi tutto!



Artemisia Gentileschi: Vita e Storia della Pittrice

Artemisia Gentileschi: storia di una donna che, sfidando tutti gli stereotipi dell’epoca, riuscì ad ottenere il meritato successo in tempi in cui l’arte della pittura era rigorosamente riservata agli uomini. Lo stupro denunciato e la sua deposizione sotto tortura, subita  per accettarne la  veridicità, la vita e le passioni di questa figura femminile che finalmente viene ricordata, dopo un lunghissimo periodo di oblio. Artemisia Gentileschi è stata una guerriera, una icona, simbolo del femminismo ai suoi primordi.

Infanzia e adolescenza di Artemisia Gentileschi

L’infanzia e l’adolescenza, l’apprendistato nella bottega del padre
Nacque a Roma nel 1593, il padre Orazio Gentileschi, amico del Caravaggio, era un pittore di buona fama in una Roma artisticamente in fermento. Molto premuroso nei confronti della figlia rimasta orfana di madre a soli 12 anni, incentivò il rapporto fra la ragazza e Tuzia, una loro vicina di casa; una scelta che nel tempo si sarebbe dimostrata infausta.
Artemisia crebbe in un ambiente molto stimolante, respirando nella bottega del padre, fin da piccola, il profumo dei pigmenti. Pur prendendosi cura dei fratelli più piccoli e gestendo la casa, si dimostrò interessata e affascinata dal lavoro del padre e ben presto risultò evidente la sua propensione alla pittura. Fu proprio il padre a sostenerla e a insegnarle quest’arte che all’epoca, per una donna, era considerata una vera stranezza che rasentava lo scandalo.

La scoperta della pittura e la formazione

A soli 17 anni diede vita al suo primo dipinto: “Susanna e i vecchioni”. Da questa opera si comprese in modo inequivocabile quanto il suo stile fosse affine a quello del grande Caravaggio. Orazio, avendo intuito il grande talento di sua figlia, si prodigò affinché potesse frequentare una scuola di pittura ma, nonostante il suo impegno e le sue conoscenze nel mondo dell’arte, non riuscì nel suo intento: impensabile, per l’epoca e a Roma, che una donna potesse apprendere tale arte fuori dalle mura domestiche.
Continuò, quindi ad insegnarle personalmente i trucchi del mestiere e pagò un suo collega pittore e amico, Agostino Tassi, affinché le impartisse lezioni di prospettiva. Anche questa decisione si rivelerà un errore. Il giovane Tassi, che non aveva una buona fama, iniziò quindi a frequentare la casa con grande assiduità, guadagnandosi la fiducia sia di Orazio che della ragazza.

Lo stupro, il processo, la tortura

Agostino iniziò a corteggiare Artemisia e dopo svariati rifiuti, approfittando dell’assenza del padre e - con la complicità di Tuzia che li lasciò soli - la stuprò. Dietro la promessa di un matrimonio riparatore, Artemisia continuò a incontrarsi con Agostino mantenendo per se il segreto della violenza subita, ma quando scoprì che lui era già sposato, e che quindi non avrebbe potuto salvarle l’onore perduto con il matrimonio riparatore, raccontò tutto al padre.
Orazio Gentileschi non esitò a denunciare il fatto alle autorità sperando di avere in cambio almeno il risarcimento economico per il grave danno subito dalla figlia. Lo scandalo fu dirompente e l’onore di Artemisia fu perduto inesorabilmente; la ragazza fu additata come una poco di buono. Al processo, per essere certi della veridicità della sua denuncia e del fatto che fosse vergine prima dello stupro, Artemisia, messa a confronto con il Tassi, fu sottoposta ad interrogatorio sotto tortura: la tortura dei sibilli.
Nello Stato Pontifico dell’epoca questa tortura era prevista per la vittima in caso di stupro sia per consolidare la veridicità delle accuse, sia per la purificazione della stessa vittima. La malcapitata veniva legata per i polsi a mani giunte, fra le dita congiunte veniva fatto passare un cordino collegato con un pezzo di legno che, opportunamente girato, stringeva sempre di più le dita che si gonfiavano e, praticando una grande pressione, stritolava le falangi. Non di rado si ottenevano dei danni permanenti alle mani. È facilmente immaginabile lo strazio per il dolore fisico, ma per Artemisia si sommò anche la preoccupazione dell’artista, che vedeva così compromessa la possibilità di poter continuare a dipingere.

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Ma lei non ritrattò: confermò tutto, denunciò di essere stata violentata in casa sua; il racconto fu molto crudo, lucido e preciso nei particolari e rivolgendosi verso il Tassi gli gridò: questo è l’anello che mi dai e queste le promesse. Sostenne anche che la violenza era avvenuta con la complicità di Tuzia che quel giorno, pur essendo stata pregata di rimanere a farle compagnia, se ne era invece andata lasciandoli da soli. Il processo andò avanti e la ragazza fu sottoposta a visita ginecologica con la quale si stabilì la perdita della verginità. Intanto le maldicenze sul suo conto, alimentate dallo scandalo della sua professione, crebbero a dismisura e da vittima divenne la colpevole; le furono addebitati addirittura atti incestuosi, numerosi amanti e una condotta indecorosa. A sostegno di questi pettegolezzi ci fu a sorpresa la testimonianza di Tuzia.


Il processo si concluse con la condanna del Tassi per averle fatto perdere la verginità; la pena fu a scelta fra cinque anni di carcere o l’esilio perpetuo da Roma. Naturalmente il condannato scelse l’esilio ma, avendo fra i suoi clienti personaggi molto influenti, lui non lasciò mai la città. Ad essere costretta ad andarsene fu invece Artemisia, bollata per sempre con la nomea di bugiarda e prostituta. Furono in molti a credere che lei e il padre Orazio si fossero inventati tutto nella speranza di un lauto risarcimento.

Il matrimonio le concede una certa onorabilità

Subito dopo il processo, si sposò con Pierantonio Stiattesi, un pittore fiorentino con il quale lasciò Roma alla volta di Firenze. Il matrimonio le concesse di ritrovare una certa onorabilità, ma fu molto difficile per lei far dimenticare la brutta vicenda. Prima di essere considerata una pittrice autorevole, veniva infatti ricordata proprio per la storia scabrosa di cui era stata protagonista. Ebbe figli, forse tre, sicuramente una femmina di nome Palmira.     
A Firenze, grazie alla sua innegabile abilità artistica, venne accettata all’interno  dell’Accademia delle arti e del disegno: fu la prima volta che una donna riuscì ad ottenere questa ammissione. Iniziò per lei una grande stagione artistica, molte famiglie nobili, fra cui i Medici, le commissionarono opere. Conobbe Galileo Galilei che nutrì per lei una grande stima. Poiché era in grado di leggere e scrivere, intrattenne autonomamente la corrispondenza con il nipote di Michelangelo Buonarroti, il quale le commissionò un dipinto per celebrare l’antenato illustre.

La sua fama di pittrice autorevole si espande

La sua vita fu caratterizzata da continui spostamenti da una città all’altra: Firenze, Genova, Venezia, sempre alla ricerca di commissioni che puntualmente arrivavano. Dopo aver lasciato il marito si stabilì a Napoli. Soggiornò per qualche tempo a Londra per ricongiungersi con il padre e per lavorare con lui fianco a fianco alla corte di Carlo I. Ma il padre morì improvvisamente e, allo scoppio della guerra civile, tornò a Napoli dove morì nel 1653.

Le opere e la determinazione di Artemisia Gentileschi

Le sue opere raccontano tutta la passione, la determinazione, il sacrificio di eroine bibliche in cui Artemisia Gentileschi sicuramente si  identificò; nulla della sua vita fu facile in un mondo e in un’epoca dove le donne dovevano lottare per garantirsi il solo diritto di esistere. Donne ostaggio di una società per loro cristallizzata, in cui niente che le riguardasse poteva aspirare al cambiamento. Ma è proprio nei suoi dipinti che ritroviamo la sua determinazione a non arrendersi alla consuetudine, a non cedere al comune pensiero che la voleva relegata in un ruolo secondario. Artemisia volle essere protagonista della sua vita e del suo tempo. Nelle sue eroine tutta la determinazione e il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita, pur di conquistare il diritto di esistere e di essere padrone del proprio destino.

Se si dovesse rappresentare graficamente la “resilienza” lo si potrebbe sicuramente fare con le sue opere. Ella infatti seppe trasformare un avvenimento drammatico della propria vita, in una forza propulsiva positiva che si materializzò attraverso i suoi pennelli e che diede vita a delle opere che tutto il mondo ci invidia.
In Giuditta che decapita Oloferne, dipinto mentre era ancora sotto processo, è facile riscontrare tutta la rabbia per i torti subiti. Qualcuno sostenne che le sembianze di Oloferne fossero molto simili a quelle del Tassi e che nella foga con cui Giuditta si avventa sulla sua testa ci fosse tutta l’ira della pittrice stessa.

Nei suoi dipinti come Susanna e i Vecchioni (Collezione Graf von Schönborn, Pommersfelden Germania), La Conversione della Maddalena, Giuditta e la sua ancella (Palazzo Pitti Firenze) Ritratto di Gonfaloniere (Palazzo D’Accursio Bologna) San Gennaro (Cattedrale di Pozzuoli) è facile ritrovare l’influenza del Caravaggio ma anche gli insegnamenti acquisiti negli anni di apprendistato nella bottega del padre. Nelle forme sinuose e morbide dei corpi femminili si percepisce quella sensualità  a cui Artemisia, a dispetto delle brutte esperienze vissute, non rinunciò. I chiaro-scuri, la brillantezza dei colori, la conoscenza profonda dell’anatomia dei corpi umani, la drammaticità delle scene in cui nulla viene edulcorato, hanno consegnato per sempre questa pittrice all’Olimpo degli artisti.

Nella storia non è stata la prima donna pittrice, ma Artemisia Gentileschi è diventata una leggenda, che ha probabilmente travalicato i confini reali, grazie alla sua particolare grinta e determinazione; e sono proprio queste caratteristiche che fanno della sua storia un punto di riferimento per tutte quelle donne a cui serve trovare il coraggio di non farsi calpestare e di perseguire la strada giusta alla ricerca della propria identità.
 



 





Angela Agresta

Angela Agresta

È nata a Marina di Catanzaro, adora il mare e si è sempre chiesta: perché vivo in collina? Alla nascita della sua seconda bimba “ha smesso di lavorare” per fare la mamma a tempo pieno. Quando sono diventate due splendide donne, ha iniziato a dedicarsi a tutto ciò che le era sempre piaciuto, ma per cui non aveva mai avuto abbastanza tempo. Ha imparato a realizzare splendidi oggetti con la tecnica dell’invetriatura Tiffany, ha frequentato un corso di giardinaggio, uno di pasticceria professionale e uno di fotografia. Il risultato? Da come il suo giardino si inonda di colori in ogni stagione, da quanto sono apprezzati i suoi dolci e le foto con cui spesso immortala tutto… ritiene di non aver seminato sul cemento armato! La sua ultima passione è il Tai Chi, una meravigliosa disciplina orientale di cui avrà modo di parlare in queste pagine.

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