L'8 Marzo Sciopero Globale delle Donne: Tra Conquiste (poche) e Disparità (troppe)

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L'8 Marzo Sciopero Globale delle Donne

Lo sciopero globale delle donne previsto per l’8 marzo 2021 riceve ogni giorno nuove adesioni da tutto il mondo. A organizzarlo nel nostro Paese ci ha pensato “Non una di meno”, un movimento femminista che - già da qualche anno - si batte in difesa dei diritti delle donne, riprendendo da dove il femminismo degli anni Settanta aveva lasciato. E se è vero che le lotte di cinquant’anni fa sono state fondamentali per spingere la politica a cambiare leggi vergognose, come le disposizioni sul delitto d’onore, il reato di adulterio, il matrimonio riparatore, il reato di aborto, lo stupro come reato contro la morale e non contro la persona, l’introduzione del divorzio e il nuovo diritto di famiglia, ancora oggi - per le donne - la strada da percorrere verso la parità di genere è lunga e accidentata.

Spesso, come sul caso dell’aborto, sono costrette a mobilitarsi per riaffermare diritti che sembravano consolidati, a dimostrazione che per il genere femminile nessun diritto, acquisito con sacrificio e lotte, possa ritenersi per sempre. Ancora oggi in Italia le donne devono lottare per essere padrone del proprio corpo e avere il diritto di scegliere in piena autonomia se e quando diventare madre, senza interferenze da parte dello Stato, della Chiesa, della società, del partner.
La crisi dovuta alla pandemia non ha fatto altro che acuire e mettere a nudo la situazione precaria e discriminatoria di tutte le donne.

In una società patriarcale, dove la neutralità nel mondo del lavoro è solo una illusione, la donna continua a essere discriminata in ogni aspetto. Basta dare uno sguardo ai numeri impietosi sul tasso di occupazione delle donne, che in Italia sono meno del 50% (tra i più bassi in Europa), ma anche sulla disparità salariale, sulla qualità delle mansioni, sulla mancanza di politiche di conciliazione tra lavoro produttivo e lavoro riproduttivo, assistenza agli anziani, ai figli, ai disabili, ecc.

La nostra è di fatto una società patriarcale disegnata a “misura d’uomo”, dove non è un caso se la violenza di genere è in continuo aumento. Durante il lookdown dovuto alla pandemia, secondo l’ONU, la violenza sulle donne è aumentata del 20% e così - in un momento in cui la casa doveva rappresentare un luogo sicuro dove sfuggire al virus - per molte si è trasformata in una vera e propria trappola, alcune volte mortale. In Italia i Centri Antiviolenza hanno segnalato un aumento delle richieste di aiuto di oltre il 70%.

Per il movimento “Non una di menola protesta dell’8 marzo di quest’anno nasce con l’intento di superare la tipica interruzione di lavoro a cui è legata la parola “sciopero” per proporre una forma di lotta che entri nelle case e in tutti quei luoghi in cui le donne possano esercitare la loro ribellione, astenendosi dal lavoro produttivo, da quello riproduttivo e dal consumo di ogni genere, per gridare - forte e chiaro - che sono stanche di essere sfruttate e schiacciate dalla supremazia maschile.

Questo sarà un modo nuovo per far sentire la propria voce in un momento in cui, a causa della pandemia, non è possibile scendere in piazza, come avveniva negli scorsi anni. Per rendere più incisiva la protesta, il movimento “Non una di meno” ha fatto richiesta ai sindacati di aderire a questo sciopero, ottenendo l’adesione di alcune sigle.

Anche nella toponomastica il divario è macroscopico

La protesta non violenta dell’otto marzo 2021 si prefigge l'obiettivo di far esplodere un silenzio assordante nei luoghi di lavoro, nelle case, nelle strade e nelle piazze; quelle stesse strade e quelle stesse piazze che - guarda caso - in Italia sono intitolate per il 90% a uomini illustri e famosi, mentre solo un esiguo 10% è dedicato alle donne, di cui oltre la metà sono nomi di sante e martiri. Il gap di genere, infatti, non conosce confini ed è macroscopico anche nella toponomastica. Girando per le strade del nostro Paese e guardando le targhe che ne indicano i nomi, le donne sono quasi assenti. Come se non fossero mai esistite donne artiste, architette, partigiane, scrittrici, aviatrici. 

Un altro nemico subdolo, strisciante, che costituisce una grande minaccia e che la donna si trova a dover combattere è proprio l’invisibilità. E di quanto sia grave lo squilibrio, anche in questo ambito, ne parla Maria Pia Ercolini, Presidente dell’Associazione toponomastica femminile, che dal 2012 porta avanti campagne di sensibilizzazione, presso scuole e comuni, sul grave divario di genere che pesa nel nostro Paese anche in questo settore. Per sollevare il problema si è sentito il bisogno di istituire il concorso nazionale “Sulla via della parità”; l’intento è di evidenziare il problema alle varie amministrazioni comunali e alle ragazze e ragazzi che, in un sistema di cittadinanza attiva, avendone coscienza, possano così chiedere che, nell’intitolare una via o una piazza, venga dato spazio anche a personaggi femminili illustri e che si siano distinti nella società.

Le problematiche che si vogliono evidenziare l’otto marzo

Fra le varie problematiche che vengono affrontate - a cui si vuol dare risalto e per le quali si chiedono risposte proprio nella giornata dell’otto marzo - ci sono la disparità di stipendi a parità di mansioni, la difficoltà di fare carriere sia nel pubblico che nel privato, il carico famigliare, della casa, dei figli, degli anziani dei disabili in cui la donna è lasciata senza aiuto e assistenza sociale.

Ragioni - queste ultime - che la costringono spesso a lasciare il lavoro e, in una società come quella italiana - in cui non è possibile lasciarlo per qualche anno - questo significa rinunciarvi per sempre. Impensabile, infatti, sperare di rientrarci in un secondo momento. Ed è sempre la donna a dover scegliere tra carriera e famiglia, anche se spesso ha una laurea in tasca, proprio perché nella stragrande maggioranza dei casi è lei a svolgere mansioni meno qualificate, sottopagate, precarie o part time.  

Eppure le donne hanno dimostrato di saper svolgere ogni genere di attività, anche quelle tradizionalmente ritenute, da sempre, più confacenti agli uomini.
La dimostrazione di quanto sia vero tutto ciò la diedero le donne italiane durante la prima Guerra Mondiale, una storia sulla quale spesso si sorvola con qualche accenno, perfino nei libri di storia, a riprova - se mai ce ne fosse bisogno - dell’invisibilità femminile. Con gli uomini al fronte, le imprese iniziarono a richiedere manodopera femminile in tutti gli ambiti lavorativi, e loro - per arrotondare le magre entrate - non si fecero pregare, infischiandosene altamente dello scandalo provocato fra i benpensanti.

Si improvvisarono, quindi, operaie anche nelle fabbriche metalmeccaniche, diventarono tranviere e impiegate negli uffici. In alcuni casi anche imprenditrici, perché andarono a sostituire i mariti nella conduzione delle loro aziende. Le fabbriche, gli uffici e i servizi continuarono a marciare come prima, ma con una nota di colore rosa.
Tuttavia, come ben sappiamo, a guerra finita - come viene illustrato con grande maestria nella commedia di Giuseppe Badalucco e Franca De Angelis “Tutte a casa” - furono di nuovo relegate fra le mura domestiche. Dal dopoguerra, ci sono voluti ancora decine di anni affinché le donne iniziassero a far parte del tessuto produttivo della società.
 
Da allora molti passi sono stati fatti, ma molto deve ancora essere fatto. La politica ha una grande responsabilità in tutto questo, avendo gli strumenti per poter accelerare e favorire il lavoro femminile. L’assunzione di donne, sia nel pubblico che nel privato, potrebbe essere incentivato, si potrebbero stanziare fondi per la conciliazione di lavori produttivi con i classici lavori che esulano dalla produttività, come lavori domestici, di cura dei figli, degli anziani dei disabili e favorire la equa distribuzione dei compiti all’interno della coppia.

Ma il grido di ribellione che si deve levare più alto e più forte di tutti è quello contro la violenza di genere e il femminicidio. Queste tristi realtà, che ogni giorno si affermano con maggiore prepotenza, affondano le proprie radici in un substrato di pregiudizi, residuo di teorie ancestrali di un mondo in cui la donna è ancora oggetto di prevaricazione e che ancora oggi resiste. Un mondo in cui la donna è considerata qualcosa da dominare e possedere, del tutto priva del diritto di decidere la fine di un rapporto e scevra della possibilità di prendere in mano le redini del proprio destino.

E se una legge, volendo, può essere varata in pochi giorni, per cambiare la mentalità in una società da sempre patriarcale di tempo ce ne vuole molto di più. È dalla scuola che bisogna cominciare:  lì che si formano le coscienze, è lì che bisogna insegnare ai bambini il rispetto nei confronti degli altri e per l’altro sesso, con lezioni dedicate. È fin da piccoli che il concetto di parità di genere deve entrare nelle coscienze di ogni individuo. E se la scuola può fare tanto, la famiglia può fare anche di più. Non solo parole, infatti, ma anche con esempi. Se fra mamma e papà esiste eguaglianza, rispetto, supporto reciproco, sia morale che materiale, i bambini cresceranno assimilando questi valori.

È da piccoli che si gettano le fondamenta per l’educazione affettiva ed emotiva. È da piccoli che bisogna far comprendere che le differenze fra persone sono individuali e non di genere, che non ci sono qualità femminili o qualità maschili, ma solo qualità umane. Se si insegna ai propri figli che non ci sono compiti da femmine e compiti da maschi, quei bambini da adulti condivideranno insieme i lavori domestici all’interno della coppia, con la consapevolezza che questo rientra nella perfetta normalità.  

Nell’educazione dei bambini e delle bambine, il rispetto di se stessi deve avere priorità, unitamente alla parità dei diritti e al valore dell’uguaglianza. A tutti i bambini, sia maschi che femmine, deve essere insegnato a riconoscere le proprie emozioni per poterle gestire. Se si insegna ai propri figli che ogni emozione ha una sua rispettabilità e che tutte possono essere espresse nei modi opportuni e senza vergogna, quei bambini diventeranno adulti capaci di contenere le proprie, esternandole senza aggressività e senza la tendenza a prevaricare sugli altri e, quindi, anche sulle donne.

Ma quel traguardo è ancora molto lontano. Ancora oggi nel nostro Paese, ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, compagno, fidanzato; nella maggioranza dei casi da un uomo che non accetta la fine di un rapporto. Le piazze si riempiono di scarpette rosse, in segno di sgomento e di ribellione per tutti quei passi fermati, ma di fatto nulla cambia.

Anche la giustizia italiana - come è evidente dai fatti di cronaca - non aiuta molto a prevenire - e ancor meno a reprimere - questo fenomeno.
In un femminicidio, per l’assassino - tra sconti e prescrizioni - le pene si riducono a pochi anni di prigione. Anche nei casi di grande crudeltà, le pene non sono mai proporzionate all’efferatezza del crimine. La politica potrebbe fare molto con leggi mirate.

Troppo spesso, infatti, l’uccisione di una donna avviene dopo varie violenze e minacce lasciate impunite e senza che nessuna autorità sia intervenuta a sua protezione. È palese, quindi, che nella giornata dell'8 marzo non ci sia proprio niente da festeggiare e che questo debba essere un giorno di rivendicazione, lotta, protesta, pacifica rivoluzione. È il momento di rispolverare l’antico slogan: “l’otto marzo non è un anniversario ma un giorno di lotta rivoluzionario”.

Un giorno in cui tutte le donne dovranno incrociare le braccia per rivolta e per prendere coscienza delle ingiustizie subite spesso in silenzio per abitudine, per mancanza di alternative, per scarsa concezione di sé. Le donne sono l’altra metà del cielo, sorreggono il modo per metà e anche di più, ma l’8 marzo dovranno astenersi da qualsiasi forma di attività, produttiva, riproduttiva, di consumo.

Angela Agresta

Angela Agresta

È nata a Marina di Catanzaro, adora il mare e si è sempre chiesta: perché vivo in collina? Alla nascita della sua seconda bimba “ha smesso di lavorare” per fare la mamma a tempo pieno. Quando sono diventate due splendide donne, ha iniziato a dedicarsi a tutto ciò che le era sempre piaciuto, ma per cui non aveva mai avuto abbastanza tempo. Ha imparato a realizzare splendidi oggetti con la tecnica dell’invetriatura Tiffany, ha frequentato un corso di giardinaggio, uno di pasticceria professionale e uno di fotografia. Il risultato? Da come il suo giardino si inonda di colori in ogni stagione, da quanto sono apprezzati i suoi dolci e le foto con cui spesso immortala tutto… ritiene di non aver seminato sul cemento armato! La sua ultima passione è il Tai Chi, una meravigliosa disciplina orientale di cui avrà modo di parlare in queste pagine.

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